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Schegge
La pazzia di Giobbe
 
    Di Giobbe, leggendaria è la sua pazienza, tuttavia preferisco il termine pazzia, poiché sopportare un tale dramma, non è per menti comuni.
La sofferenza è l’ascesa lenta e dolorosa verso l’anima (Dio).
La vita ha le sue pagine amare, a volte inaspettate e violente, fuori dalla comprensione e dalla sopportazione umana.
Una vita serena, piena e feconda può essere sconvolta, distrutta in un momento, travolta da eventi incontrollabili. La sventura si abbatte su di te e non puoi farci niente, sogni e speranze svaniscono all’istante. Tuttavia, la vita non si ferma, e come succede spesso nei casi più nefasti, di strada da percorrere ne resta ancora molta. Come sopportarne il peso? Il libro di Giobbe ci viene in soccorso, si rivolge a tutti, indipendentemente dalla sventura, piccola o grande che sia.
Beh! a questo proposito, la mente mi riconduce sempre allo stesso pensiero: Giobbe! Alla sua disperazione, alla sua delusione, al vortice oscuro che gli si apre sotto i piedi e mulinando lo risucchia sempre più in profondità, giù, nelle zone più nere e buie dell’esistenza. Ed è questa la prima immagine che si presenta ai miei occhi: Giobbe prese un coccio per grattarsi e stava seduto in mezzo alla cenere. Ecco, quando penso alla sofferenza questa è l'immagine che mi appare davanti, l’immagine di un uomo nudo, (nudo perché spoglio di tutto, non solo delle sue vesti, ma soprattutto della stessa volontà) seduto nella cenere, coperto di piaghe dalla punta dei piedi fin sopra la testa, (Giobbe 2:8) un uomo che cerca di alleviare il tormento di quelle piaghe rognose grattandosi; appunto con un coccio.
Travolto dalla sventura, Giobbe è ormai un uomo distrutto, afflitto, quasi istupidito, annientato nell’anima. Ha perso tutto, ogni cosa, ogni bene, materiale e affettivo. Si sente solo e abbandonato da tutti, soprattutto da Dio. La sofferenza in lui è lacerante, al limite della sopportazione umana, profonda, fin dentro all’anima. L’oscurità è nel suo spirito. Egli vaga nell’ombra.
Non dobbiamo, tuttavia focalizzarci sulle cause della sua sventura, ma nella condizione in cui la sorte avversa lo ha trascinato. Tra le prime battute troviamo scritto: Quest’uomo era il più grande dei figli di oriente (1:3) questo è sufficiente per capire la posizione, il prestigio di Giobbe. Da tener presente che, Giobbe non appartiene al popolo ebraico, non è ben chiaro il motivo, ma presumo per dare al libro una valenza più universale.
Quanto deve essere grande la pazzia di un uomo per sopportare la vita, quanto per ricostruirla? Quest’uomo, Giobbe, in un istante è stato strappato dalla sua vita, violentemente condotto a una realtà che non credeva potesse esistere, a una verità ignorata, volontaria, anche se non in piena consapevolezza, poiché le esperienze si vivono e si apprendono esclusivamente sulla propria pelle. Con forza brutale, Giobbe è trascinato sull’orlo dell’abisso, lasciato lì, solo e abbandonato, a edificare la sua pazzia. Nessuno lo può sostenere, non una spalla, cui poggiarsi per alleviare il suo dolore, nessuna mano asciugano le sue lacrime, può chiedere aiuto solo a se stesso, solo lui ha facoltà d’allontanarsi dal baratro, di compiere a ritroso il passo della salvezza, soltanto lui ha facoltà di risvegliare quel suo Dio interiore, mai veramente destato.
In un primo momento Giobbe accetta il suo castigo, infatti dice: «Nudo uscii dal grembo di mia madre, e nudo vi ritornerò. Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore!».
Anche dopo le piaghe: Allora sua moglie disse: «Rimani ancora saldo nella tua integrità? Maledici Dio e muori!». Ma egli le rispose: «Tu parli come parlerebbe una stolta! Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremmo accettare il male?». Giobbe resiste.
Ma la sofferenza lavora silenziosa, come un tarlo lo rode di dentro, e ne fiacca la mente. Allora dopo essere rimasto a lungo in silenzio Giobbe parla, rinnega la vita, rifiutandola, maledicendo il giorno che egli vide la luce; Giobbe bestemmia.
C’è da tenere conto che all’epoca, secondo la religione ebraica, anche se Giobbe ebreo non era, dopo la morte non c’era salvezza. Esisteva per tutti, senza di alcuno fosse considerata, dunque pesata la condotta in vita (dopo il trapasso, buoni e cattivi erano alla stessa stregua), lo Sheol, un posto grigio da dove non si risaliva, un mondo sotterraneo senza luce, privo di autorità (cioè non v’era alcun Dio) e non v’era giudizio finale perché vi si finisse. Se vogliamo, una sorta d’inferno eterno privo di “gironi”.
Per quanto è difficile farsi un’idea chiara di cosa fosse lo Sheol, non sfugge la definitiva irreversibilità di stato di chi, terminato il cammino terreno vi arrivava. Giobbe dunque si domanda: «a cosa mi giova essere retto e giusto?». Perciò per lui ogni speranza di “giustizia” o quantomeno di benessere è adesso, durante la vita, ed è una giustizia interamente terrena. Dunque, il perseguitato fa appello alla giustizia di questo mondo, di questa vita, così Giobbe ne domanda ragione.
Giobbe non ha dubbi che il suo male venga da Dio Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremmo accettare il male?, è certo che sia così, non esita un  attimo a tal proposito. E allora Giobbe, dopo un lungo silenzio, prima maledice il giorno in cui nacque (Giobbe 3:1) e poi, dopo una serie di dialoghi con gli amici che giunsero a lui per consolarlo e che invece si ritrovano ad accusarlo. Secondo loro, Giobbe aveva mancato in qualcosa, per aver inflitto un tale castigo. Giobbe è vicino alla resa (Giobbe 10:1) ma domanda a Dio quale sia la sua colpa. Lo interroga, lo chiama a rispondere del suo operato “ingiusto”. Dio viene con ciò accusato di compiere l’ingiustizia, l’iniquità. Ma Dio tace, Giobbe non ne ode la voce e non può, perché la sua anima non gli parla e resta avvolta dall’oscurità. Chi, nel giorno del dolore, della depressione, non si domanda quale sia la propria colpa, cosa ha fatto di tanto grave per meritarsi una simile punizione? Chi, non s’è rivolto a Dio e lo ha “interrogato” in tal senso?
Per qualche ragione, siamo portati a credere di operare nel giusto, cioè in cuor nostro, magari in assoluta buona fede pensiamo d’essere retti e giusti e dunque, il male che ci capita ci appare sempre enormemente sproporzionato alle nostre azioni. Come può l’uomo pesare con giustizia ed equità la propria condotta?
Come detto a Giobbe viene meno il desiderio della vita, ne avverte l’inutilità. Tutto sembra perso, lui è nelle tenebre, già da vivo. Questo è il vero dramma, l’aver perso la luce. Tuttavia, leggendo quei passi se ne può ascoltare la voce, il tono sommesso è di preghiera, nelle sue parole traspare il desiderio di ritrovare quella luce, oltre ogni logica.
Interroghiamo Dio perché non abbiamo il coraggio di interrogare noi stessi, scavando tanto in profondità non sappiamo cosa potremmo portare alla luce. Giobbe non capisce, e non ha più paura, da Dio vuole una risposta, ora non la pretende, non accusa il Signore, implora una possibilità di redenzione. Dio ancora tace.
Giobbe però non si arrende, ancora si domanda, lui vuole sapere, adesso non si rivolge più all’astrazione di un Dio, bussa invece all’uscio di quel Dio interiore che improvvisamente scopre, e lo interroga. È allora che un piccolo lume si accende nell’antro oscuro della sua coscienza.
Dio rompe il suo silenzio, si manifesta e parla a Giobbe, (il Signore espone fatti per quattro capitoli in un lungo monologo). Giobbe non può competere con Dio, e intuisce che la vita si accatta, anche senza capirla, dunque tutto quanto comporta la vita stessa, nel bene e nel male.
Giobbe ha trovato la forza di leggere nel suo animo e vi ha incontrato Dio, vince la sua battaglia, non contro il Signore ma, contro se stesso, e attraverso la sofferenza, indicibile sofferenza, realizza sotto i suoi piedi fondamenta di roccia su cui edificare il proprio futuro.
La Bibbia lascia spazio a mille interpretazioni e il libro di Giobbe non fa eccezione, ma forse tra i libri è il più emblematico. Ora, per conto mio, non esiste una sola chiave per accedere alle sacre scritture, e tenendosi fuori da un contesto strettamente religioso, spesso si va da esposizioni più o meno conformi a dogmi religiosi fino a sconfinare nell’eresia o perfino nella blasfemia. La stessa figura di Dio appare ambigua, ed è impossibile metterla a fuoco. Tuttavia, ho ritenuto interessante rimanere entro confini canonici e spirituali.
Giobbe prese un coccio per grattarsi e stava seduto in mezzo alla cenere. Questa immagine squarcia la tela del tempo, supera il tempo, lo annulla.
La nostra vita poggia su fondamenta d’argilla, e il libro di Giobbe è qui per ricordarcelo, ci dice che non possiamo sottrarci al nostro tempo e siamo obbligati a viverlo. Paradossalmente auspica la sofferenza, senza la quale non possiamo neanche arrivare alle porte del’anima, come a dire che Dio possa manifestarsi all’uomo solo attraverso le crepe nel cuore. Insiste sulla fragilità umana, sulla possibilità d’una caduta rovinosa, catastrofica, come è il suo drammatico caso, ma allo stesso tempo sostiene che possiamo e dobbiamo rialzarci, è un nostro dovere, perché dalla caduta, e solo dalla caduta possiamo erigere il nostro “edificio” sulla roccia. Sì, rinascita! Che si compie per mezzo della sofferenza. Nel caso di Giobbe estremizzata all’inverosimile, sofferenza indicibile che, solo vedendo oltre la vita si può sopportare. Giobbe insegna che il dolore fortifica, e scava fin dentro la coscienza risvegliando l’anima, ma allo stesso tempo spiega che ciò non avviene con lo schiocco delle dita. Il dolore va compreso. Resistenza e pazienza.
Quando invochi Dio, non tendere l’orecchio alle stelle ma al cuore, perché lì dimora: ognuno di noi è Dio.
 
Roberto Crociani
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